Le narrazioni di Sandro Vagnoli


Sandro

Realtà virtuale
di Sandro Vagnoli.
Sfiorava gli oggetti per intuirne la forma e il materiale, si concentrava sui segnali che i suoi recettori olfattivi trasmettevano al cervello, cercava di distinguere ogni minimo suono, integrava tutto ciò con le sensazioni epidermiche e si creava la sua immagine ambientale. L’ assenza totale di capacità visive non lo limitava, per lui era la normale condizione, in cui si era venuto a trovare fin dalla nascita. Non sapeva come erano fatte le cose, non aveva nozione dei colori, ma tutto nella sua mente era ugualmente chiaro e definito: aveva sviluppato la sua immagine del mondo. L’ ambiente che lo circondava, , il colore del cielo, il volto di sua madre, il treno su cui ora stava viaggiando, perfino l’ aspetto dei compagni di viaggio: tutto aveva la forma e il colore che giorno dopo giorno si era calcificata nel suo immaginario. Quattro sensi affinati, amplificati ed integrati tra loro gli davano, in modalità virtuale, la visione reale che i suoi occhi non erano in grado di fornirgli.

Nel rapportarsi con gli altri, Richard non risentiva di alcun complesso di inferiorità, anzi aveva una grande opinione di se stesso. Si immaginava alto, distinto, elegante, con un’ aria un po’ snob che, a suo modo di pensare, non guastava affatto.

Aveva a che fare con una persona che gli sbrigava le faccende di casa e lo assisteva nelle incombenze in cui non erano sufficienti le sua abilità sensoriali, ma non ammetteva assolutamente che questi deviasse dal più formale, scarno ed essenziale dei rapporti professionali. Del resto , ogni volta che qualcuno aveva tentato di approssimarsi, era stato respinto con fredda determinazione. Non lo sopportava, era più forte di lui.

Questa avversione verso il prossimo lo accomunava a sua madre, donna triste, cupa, chiusa in se stessa fino al punto da lesinare esternazioni di affetto perfino al suo unico figlio.

La natura era stata avara con lei, non era mai stata né bella, né gradevole. L’ unico rapporto sessuale della sua breve vita fu lo stupro da parte di un branco di ubriachi violenti. Richard era il frutto di quell’ incubo, la perpetuazione di quel dolore, di quello schifo. Viveva la maternità come una condanna e non sopportava di vedere suo figlio insieme ad altri bambini, nè lei si era mai approssimata ad altre madri. Così Richard venne su chiuso nel suo mondo, deprivato dei rapporti sociali.

Ad un certo punto della vita, molto presto, forse fin dalla prima infanzia, aveva sviluppato un profondo risentimento per le persone di colore. Nel suo quartiere ce ne erano molto pochi, ma ogni volta che ne incrociava qualcuno veniva investito da quell’ inconfondibile odore dolciastro che lo infastidiva oltremodo. Giudicava che molte cose nella sua città sarebbero andate meglio, senza la presenza di quei “maledetti negri”, razza inferiore, capaci solo di mettere al mondo altri disgraziati come loro.

Per questo, prima di scegliere il suo posto a sedere sul convoglio che lo avrebbe portato a Memphis, era stato molto attento agli odori ed alle voci: non avrebbe sopportato la presenza di un negro nel suo stesso scompartimento, tantopiù che il viaggio non sarebbe certo stato breve.

Il giorno festivo favoriva gli spostamenti di intere famiglie, che salivano e scendevano ad ogni fermata intermedia. Circa a metà strada sentì il treno rallentare; considerando il tempo passato dalla partenza, sapeva di essere arrivato a Brinkley, una piccola cittadina raccolta intorno alla sua stazione.

Fino ad allora non aveva avuto problemi, lo scompartimento era quasi vuoto: solo una coppia di giovani, seduti davanti a lui, che ammazzavano il tempo conversando calmamente. Ma , una volta che il treno fu fermo, i due si alzarono ed uscirono dallo scompartimento. Dopo poco sentì un gran trambusto; presto tutti i posti furono occupati: era il giorno dei final four ed i Tundercats si contendevano con i Memphis Grizzlies l’ ammissione alla finale del campionato nazionale di pallacanestro. Di lì a poco Memphis sarebbe stata invasa da schiere di supporters eccitati. Fu così che Richard si trovò in mezzo a cinque di quegli scalmanati che, incuranti della sua presenza, biascicavano frasi gergali a malapena comprensibili, condite di parolacce e di risate sguaiate. Non c’ era come rimediare, perchè ora il treno era pieno zeppo e le speraze di trovare un posto più tranquillo e meglio frequentato erano pari a zero. Gli toccava sopportare fino all’ arrivo: ancora una buona ora di sofferenza.

Finalmente, con gran sollievo, sentì che il treno stava rallentando per entrare nella stazione di destinazione. Tutti i passeggeri si accinsero ad alsarsi, mentre lui prudentemente restò seduto, in attesa che la “mandria” liberasse il vagone, cosa che avvenne non appena si aprirono le porte. A quel punto Richard prese il suo cappello e con la circospezione del caso, si avviò all’ uscita. Sapeva perfettamente come muoversi in sicurezza, avendo viaggiato frequentemente in treno.

Quella volta però qualcosa andò storto. Un ragazzo aveva dimenticato sul ripiano portabagagli il suo skateboard; accortosi dell’ accaduto quando era quasi fuori della stazione, tornò indietro di corsa. Salì sul vagone di testa e, sempre di corsa, passò di vagone in vagone, aprendo le porte divisorie con una spallata. Aveva molta fretta, perchè i suoi compagni si stavano allontanando alla volta dello stadio e non voleva restare da solo.

Quando Richard arrivò alla porta di uscita, vi si appoggiò per scendere. All’ improvviso sentì un gran colpo alla schiena e perse l’ equilibrio: il ragazzo era errivato come un bufalo, non riuscendo ad evitare l’ unico passeggero ancora sul treno. Richard cadde sul marciapiede e svenne .

Non seppe mai quanto tempo restò lì sdraiato, privo di sensi, sul marciapiedi della stazione. Riavendosi sentì una fitta in fondo al cervello e fu preso dal panico. Era come se un’ onda di luce lo avesse investito con miliardi di miliardi di fotoni che gli entravano nel cranio. Gridò atterrito e si mise in posizione fetale, cercando di proteggersi da quella tempesta. Un gruppo di persone, tra cui il ragazzo dello skateboard, si erano raccolte intorno a lui. Si sforzò a voltarsi verso di loro e fu a quel punto che avvenne il miracolo: Richard vide nitidamente, per la prima volta della sua vita, come era fatta la faccia di un uomo. Non stava sognando, i capelli di quel ragazzo chinato verso di lui erano ricci, non molto diversi da come se li era immaginati, gli occhi erano grandi, lucidi, espressivi, il colore della sua pelle era scuro.

Come il suo.

C 119 robot

Trovo questi racconti fantasiosi e belli, certamente più adatti ad un pubblico infantile, ma non dispiacciono neanche ai grandi, Sandro Vagnoli ha scoperto questa sua dote di scrittore per una esigenza affettiva della sua vita(almeno credo) e cioè la voglia di manifestare il suo affetto ai suoi cari nipoti, in un modo nuovo, direi quasi incantevole. E quindi quale regalo si può fare a dei bambini, in maniera che non sia banale e che abbia un valore educativo? Raccontare loro delle storie inventate, accompagnate da alcune realizzazioni in legno che richiamino in qualche modo la vita quotidiana, sogno e realtà insieme. Le due foto, che chiudono il racconto, sono solamente le ultime opere(in legno lavorato a mano) realizzate da Sandro, per la gioia dei suoi carissimi nipoti.

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