Il Pensiero di Valentina Nappi (pornostar)


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Il valore della pornografia nella contemporaneità.
(Di Valentina Nappi da “Affari Italiani”)
Benigni cantava «quando penso a Berlusconi mi si ammosciano i coglioni». Io mi disarrapo quando penso a Vittorio Sgarbi. E non per i suoi modi o il suo lessico. No. Per le sue idee. Perché incarna ciò contro cui mi batto, ciò che mi fa schifo. E cosa c’è di più disarrapante di questo? Ora, è plausibile che alcuni di voi si chiedano il perché di tanto disprezzo. Nulla di personale, è una questione puramente intellettuale, e per spiegarla reputo utile partire dal vero motivo del successo televisivo di Sgarbi, che voglio chiarire subito: Sgarbi, al pari del cittadino medio, non è in grado di pensare all’altezza della cultura contemporanea, e quindi fa sì che il cittadino medio non senta il peso del gap esistente fra pensiero comune e conquiste concettuali dell’epoca contemporanea. E così il critico d’arte de noantri, se anche odiato, è sempre in realtà amato, poiché in ultima analisi rassicura, fa sentire adeguati, cioè non (strutturalmente) incapaci di capire. Ne discende una corroborazione antiprogressiva del comune sentire (in relazione ai “valori”, alla “bellezza”, alla “cattiva arte”, alla prassi politica…). Non inganni la sua posizione apparentemente aperta verso la pornografia: si tratta in realtà di puro conservatorismo, poiché non viene minimamente scalfita la percezione comune – e rassicurante – del ruolo, del senso e del valore dell’erotico e del pornografico. La mia battaglia per la pornografia è una battaglia contro tutto ciò. Io sono convinta che non si possa pensare la contemporaneità senza un radicale ripensamento del valore della pornografia.
Ma la questione più generale è un’altra: pensare all’altezza della contemporaneità.
Voglio dire qui un’assoluta banalità: al tempo di Brunelleschi, al tempo di Raffaello Sanzio, o anche al tempo di Bernini – così come in ogni tempo – era impossibile apprezzare realmente l’arte, comprenderla davvero, senza avere la capacità di assimilare, con intelligenza, quei ben precisi strumenti culturali – filosofici, scientifici, tecnici – che aprivano all’orizzonte progressivo dell’epoca. Galilei, nella dedica del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, scriveva: «La differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione».
Quanto pensiero filosofico, matematico, scientifico, tecnico c’è in Johann Sebastian Bach?
E quanta ignoranza e miscomprensione di tale pensiero c’era dietro il non adeguato riconoscimento della grandezza di Bach?
Nello stesso peccato (culturalmente mortale) ricadono coloro che non capiscono György Ligeti. Oggi, non diversamente da ieri, la maggioranza – la maggioranza delle persone istruite – non è in grado di pensare all’altezza della contemporaneità, poiché – oggi come ieri – non dispone di quegli strumenti culturali la cui intelligenza è indispensabile per concepire adeguatamente lo spazio, il tempo, le strutture logiche… E non è sufficiente aver letto qualche libercolo divulgativo su Einstein, su Gödel e su Turing per ovviare al problema. È qui la discriminante fra i cialtroni e quelli che cialtroni non sono, e la storia farà giustizia.
Ma Sgarbi, poverino, cosa c’entra? C’entra perché non solo non è in grado – come tantissimi altri – di pensare all’altezza della contemporaneità, ma fa di tale incapacità la ragion d’essere del proprio successo. Egli rappresenta il sempliciotto potenziato. Fa arrabbiare la persona comune con i suoi modi, ma allo stesso tempo la rassicura con la logica a cui (più o meno esplicitamente) soggiacciono i contenuti.
Ma che figura farebbe Sgarbi in un confronto pubblico sul tema della concezione dello spazio e del tempo da Einstein in poi e relativa influenza sulla cultura – quella seria – tutta? Probabilmente la stessa di uno spettatore scelto a caso fra il suo pubblico televisivo. Sarei pronta a scommettere che Sgarbi non ha idea di cosa sia una mappa esponenziale per una varietà riemanniana. Si trova pertanto nella medesima condizione di uno che, un secolo dopo Cartesio, avesse preteso di fare critica sulla pittura o sull’architettura a lui contemporanee senza avere la benché minima idea di cosa fossero le coordinate cartesiane e le idee da esse implicate sulla concezione dello spazio. Per quanto possa apparire controintuitivo ai più, la situazione è la me-de-si-ma.
Quando io dico «chi afferma che la pornografia non ha alcun valore non capisce nulla di arte, di scienza e di filosofia», dico qualcosa che è in stretta relazione con tutto ciò.
Che altro aggiungere? Sinceramente non saprei!

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